
Quando crescere significa imparare a compiacere gli altri, anche da adulti può diventare difficile riconoscere i propri bisogni e prendere decisioni autonome.
Vediamo come interrompere questi meccanismi attraverso la Psicoterapia Breve Strategica.
Quando per sentirsi amati bisogna essere sempre all’altezza
- Ti capita di sentirti in colpa quando dici di no ai tuoi genitori?
- Hai difficoltà a prendere una decisione senza prima conoscere la loro opinione?
- Oppure, nonostante tutti i tuoi sforzi, hai spesso la sensazione di non fare mai abbastanza?
Queste difficoltà possono avere origine in modalità relazionali apprese durante l’infanzia, soprattutto quando si cresce accanto a un genitore con marcati tratti narcisistici.
Un genitore con queste caratteristiche tende a dare molta importanza ai propri bisogni, alle proprie aspettative e all’immagine che desidera trasmettere agli altri. Può essere affettuoso e premuroso, ma incontrare difficoltà quando il figlio manifesta desideri, emozioni o decisioni differenti dai suoi.
L’affetto e l’approvazione possono così diventare imprevedibili: il bambino si sente valorizzato quando corrisponde alle aspettative, mentre rischia di essere criticato, ignorato o colpevolizzato quando cerca di affermare la propria individualità.
È importante precisare che avere comportamenti egocentrici non significa necessariamente soffrire di un disturbo narcisistico di personalità. Ciò che conta, soprattutto dal punto di vista delle conseguenze relazionali, è la ripetizione di determinate modalità di interazione.
Il rischio è che il bambino finisca per imparare una regola implicita: per mantenere un buon rapporto con il genitore deve mettere in secondo piano se stesso.
Il paradosso del figlio perfetto: più cerchi approvazione, meno ti senti sicuro
Immaginiamo un bambino che riceve complimenti quando ottiene ottimi risultati a scuola, ma viene criticato duramente quando commette un errore. Per evitare di deludere il genitore, comincerà probabilmente a impegnarsi sempre di più, a controllare ogni dettaglio e a cercare di anticipare ciò che l’adulto desidera.
All’apparenza potrebbe diventare un figlio modello: responsabile, educato, studioso e attento alle esigenze familiari.
Ma che cosa accade quando questa modalità diventa l’unica attraverso cui riesce a sentirsi apprezzato?
Può instaurarsi un circolo vizioso:
- Il bambino teme di non essere all’altezza delle aspettative.
- Per sentirsi accettato cerca di comportarsi in maniera impeccabile.
- L’approvazione del genitore lo rassicura, ma soltanto temporaneamente.
- Alla successiva difficoltà torna a dubitare di sé e ricomincia a cercare conferme.
Dal punto di vista della Psicoterapia Breve Strategica, questo è un esempio di tentata soluzione disfunzionale: un comportamento che inizialmente sembra risolvere una difficoltà, ma che, ripetuto nel tempo, rischia di alimentarla.
In questo caso, cercare continuamente di meritare l’approvazione può impedire di sviluppare la fiducia nella propria capacità di giudizio.
Il problema non è desiderare l’apprezzamento dei genitori, cosa del tutto naturale, ma arrivare a considerarlo indispensabile per sentirsi adeguati.
Quando un figlio diventa responsabile della felicità del genitore
Esiste un’altra dinamica particolarmente delicata: quella in cui il bambino assume, più o meno consapevolmente, il compito di occuparsi del benessere emotivo dell’adulto.
Può accadere, per esempio, che un genitore reagisca alle decisioni del figlio con frasi come:
«Dopo tutto quello che ho fatto per te, è così che mi ripaghi?»
Oppure:
«Se fai questa scelta, mi darai un grande dispiacere».
Il bambino può imparare a interpretare la tristezza, la rabbia o la delusione del genitore come conseguenze dei propri comportamenti e sentirsi obbligato a intervenire per ristabilire la serenità.
Questo rovesciamento delle responsabilità emotive viene definito parentificazione emotiva.
Il figlio può diventare particolarmente attento agli stati d’animo dell’adulto, imparando a riconoscere in anticipo i segnali di tensione e ad adattare di conseguenza le proprie richieste.
Anche in questo caso si può sviluppare un meccanismo paradossale: più il bambino cerca di proteggere il genitore dalle emozioni spiacevoli, più rischia di convincersi che la serenità dell’adulto dipenda da lui.
In questo modo, rinunciare alle proprie esigenze può diventare una consuetudine talmente radicata da essere vissuta come normale anche molti anni dopo.
Le conseguenze nelle relazioni adulte: dal bisogno di conferme alla paura di deludere
Le modalità relazionali apprese nella famiglia d’origine non determinano necessariamente ciò che diventeremo. Possono però influenzare il modo in cui affrontiamo le relazioni successive.
Per alcune persone, la ricerca di approvazione può manifestarsi attraverso il perfezionismo: ogni risultato sembra insufficiente e ogni errore diventa la conferma di non essere abbastanza capaci.
Per altre, invece, il problema emerge soprattutto nei rapporti affettivi, attraverso una dinamica di prostituzione relazionale: pensiamo a una persona che, per evitare discussioni con il partner, accetta sistematicamente decisioni che non condivide. Nel breve periodo questa strategia può funzionare: il conflitto viene evitato e la relazione sembra procedere tranquillamente. Con il passare del tempo, però, la persona può sentirsi sempre meno libera di esprimere ciò che desidera. Inoltre, il partner potrebbe abituarsi a decidere per entrambi. Si crea così una relazione squilibrata, non necessariamente perché uno dei due abbia intenzione di prevaricare, ma perché le modalità di comportamento reciproche finiscono per consolidare una dinamica disfunzionale.
In altri casi può accadere il contrario: chi ha vissuto un rapporto familiare fortemente condizionante può sviluppare una forma di autonomia rigida, evitando di chiedere aiuto o di affidarsi agli altri per timore di perdere nuovamente la propria libertà.
Due reazioni apparentemente opposte, compiacere sempre oppure non dipendere mai da nessuno, possono quindi avere una caratteristica comune: essere organizzate intorno alla paura delle conseguenze della relazione.
Perché comprendere il passato non sempre basta a cambiare
Chi riconosce queste dinamiche nella propria storia può pensare che, una volta individuata l’origine della difficoltà, riuscirà automaticamente a superarla. Comprendere ciò che è accaduto può certamente essere importante, ma non sempre è sufficiente.
Una persona può sapere perfettamente di essere adulta, economicamente indipendente e libera di fare le proprie scelte, eppure continuare a sentirsi in colpa ogni volta che contraddice il padre o la madre.
Perché succede?
Perché conoscere razionalmente un problema non equivale necessariamente ad aver modificato le reazioni emotive e comportamentali che lo mantengono. La Terapia Breve Strategica si concentra proprio su questo aspetto.
Invece di soffermarsi esclusivamente sulle cause che hanno dato origine a una difficoltà, cerca di comprendere come il problema continui a funzionare nel presente:
- Quali comportamenti mette in atto la persona quando teme il giudizio del genitore?
- Che cosa fa per evitare una discussione?
- Come reagisce quando avverte il senso di colpa?
- Quali tentativi di soluzione producono un sollievo immediato, ma finiscono per mantenere la dipendenza?
Individuare questi meccanismi permette di costruire interventi mirati a interromperli.
Come smettere di cercare continuamente l’approvazione dei genitori
Consideriamo una donna adulta che, prima di prendere qualsiasi decisione importante, sente il bisogno di consultare la madre. Anche quando ha già un’opinione chiara, chiede consiglio per evitare di sbagliare oppure di provocare una reazione negativa. Se la madre approva, si tranquillizza. Se esprime un giudizio contrario, comincia a dubitare della propria scelta.
La strategia utilizzata per sentirsi più sicura finisce così per produrre l’effetto opposto: ogni nuova richiesta di conferma alimenta la percezione di non essere capace di decidere autonomamente.
Come si può interrompere questa dinamica?
Un primo cambiamento può consistere nel modificare gradualmente il comportamento, cominciando dalle decisioni quotidiane che non richiedono necessariamente il parere di altre persone. Non significa smettere di confrontarsi con i propri familiari, ma distinguere tra il desiderio di condividere una scelta e il bisogno di ottenere il permesso di compierla.
Può sembrare una differenza sottile, ma dal punto di vista relazionale è fondamentale.
Quando una persona comincia a scegliere in autonomia senza ricercare sistematicamente rassicurazioni, può fare esperienza diretta della propria capacità di affrontare le conseguenze delle decisioni.
È proprio questa esperienza, ripetuta nel tempo, che può contribuire a modificare la percezione di sé in positivo.
Imparare a dire di no senza sentirsi “figli cattivi”
Uno degli ostacoli più frequenti nel percorso verso l’autonomia riguarda il senso di colpa.
Per chi è cresciuto pensando di dover garantire la serenità familiare, un semplice rifiuto può essere vissuto come un gesto egoistico.
Immaginiamo che un genitore chieda al figlio adulto di rinunciare a un impegno personale per trascorrere del tempo insieme. Il figlio vorrebbe rifiutare, ma teme che il genitore si offenda. Per evitare il disagio, accetta. Nel breve periodo ottiene ciò che desidera: nessuna discussione, nessuna delusione manifesta, nessun senso di colpa.
Ma a quale prezzo?
Ogni volta che rinuncia a un proprio bisogno per prevenire la reazione del genitore, può rafforzare l’idea che dire di no sia qualcosa di pericoloso o ingiusto.
L’obiettivo non è diventare oppositivi o iniziare a rifiutare qualsiasi richiesta. Si tratta piuttosto di imparare a valutare le situazioni senza considerare automaticamente i desideri degli altri più importanti dei propri.
Un passaggio fondamentale consiste nel riconoscere che essere responsabili delle proprie decisioni non significa essere responsabili di tutte le emozioni che queste suscitano negli altri.
Un genitore può dispiacersi per una scelta del figlio, ma questo non rende necessariamente sbagliata la scelta.
Naturalmente, se nella relazione sono presenti minacce, intimidazioni o comportamenti abusanti, il problema non può essere affrontato con il semplice esercizio del rifiuto: è necessario valutare la sicurezza della persona e individuare modalità di protezione adeguate.
La trappola di voler cambiare il genitore
Un altro meccanismo frequente consiste nel continuare, anche in età adulta, a cercare di ottenere dal genitore una comprensione che non è mai arrivata.
La persona può spiegare ripetutamente le proprie ragioni, ricordare episodi del passato, cercare di dimostrare di avere subito un’ingiustizia o aspettare finalmente delle scuse. È un desiderio comprensibile. Il problema emerge quando il proprio benessere diventa subordinato a una risposta che dipende interamente dall’altro. Se ogni tentativo di spiegazione si conclude con una nuova svalutazione, un’accusa o un conflitto, insistere con la stessa modalità rischia di alimentare ulteriormente la sofferenza.
In termini strategici, anche il tentativo di convincere l’altro può trasformarsi in una soluzione che mantiene il problema.
Questo non significa che un rapporto familiare non possa cambiare o che sia inutile confrontarsi. Significa riconoscere una distinzione essenziale: possiamo intervenire sul nostro modo di comunicare, di reagire e di prendere decisioni, ma non possiamo controllare la disponibilità dell’altro a comprenderci.
Talvolta il cambiamento più importante consiste proprio nello smettere di affidare la propria serenità alla possibilità che il genitore cambi atteggiamento.
Come può aiutare la Psicoterapia Breve Strategica
Quando il bisogno di approvazione, i sensi di colpa o la paura del giudizio diventano particolarmente intensi, può essere utile intraprendere un percorso psicoterapeutico.
Nella Psicoterapia Breve Strategica l’intervento viene costruito a partire dal funzionamento specifico del problema. Non tutte le persone che hanno avuto genitori con caratteristiche narcisistiche sviluppano le stesse difficoltà, né tutte mantengono i problemi attraverso le medesime strategie.
In alcuni casi è necessario intervenire sulla continua ricerca di rassicurazioni. In altri sull’evitamento dei conflitti, sull’incapacità di stabilire confini, sul perfezionismo o sulle modalità attraverso cui si cerca di controllare le reazioni altrui.
Attraverso il dialogo terapeutico e specifiche esperienze di cambiamento, calibrate sulla persona, si lavora per interrompere i circoli viziosi che alimentano la difficoltà.
Il percorso non ha necessariamente l’obiettivo di allontanare il figlio dai genitori, ma di aiutarlo a costruire un rapporto nel quale possa sentirsi libero di esprimere la propria individualità. Anche quando il familiare non è disponibile a partecipare a una terapia, è possibile lavorare sulle modalità con cui la persona affronta la relazione.
Diventare autonomi non significa smettere di amare i propri genitori
Una delle convinzioni più difficili da superare è quella secondo cui scegliere per sé equivalga a “tradire” la propria famiglia.
In realtà, autonomia e affetto non sono incompatibili. Si può voler bene a un genitore senza condividere tutte le sue opinioni, ascoltarne i consigli senza seguirli necessariamente e riconoscerne le emozioni senza sentirsi obbligati a risolverle.
Crescere significa anche imparare a sostenere le inevitabili differenze che esistono tra le persone, comprese quelle a cui siamo più legati. Chi ha trascorso molti anni cercando di corrispondere alle aspettative degli altri può avere bisogno di imparare gradualmente a fidarsi delle proprie percezioni e delle proprie scelte.
Il passato non può essere modificato, ma è possibile intervenire sul modo in cui continuiamo a reagire nel presente.
Non abbiamo bisogno di ottenere sempre l’approvazione degli altri per poter vivere secondo le nostre scelte. E diventare emotivamente autonomi significa proprio imparare a farne esperienza.
Il vero cambiamento avviene quando smettiamo di aspettare che sia l’altro a darci il permesso di essere ciò che siamo.
Hai difficoltà a gestire il rapporto con i tuoi genitori?
Se il senso di colpa, la paura di deludere o il bisogno costante di conferme condizionano le tue decisioni e le tue relazioni, un percorso di Psicoterapia Breve Strategica può aiutarti a comprendere e modificare i meccanismi che mantengono queste difficoltà.


